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Terra!

Sono molto felice perché “Terra!”, la mia mostra personale sul dramma dell’immigrazione ha avuto un grande successo. Una mostra a Cosenza che ha avuto eco in tutta la Regione anche grazie al bel servizio giornalistico della RAI. 

presto news dalla terra di Calabria. 

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Le Petit Atelier

Finalmente un nuovo studio. Lo spazio sarà aperto non solo a Photo shot ma a workshop di gruppo e one on one, seminari, mostre. 

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“ISEAKI”, My latest editorial on shaded view on fashion by Diane Pernet

ISEAKI by Gabriele Sanitate & Massimo Scognamiglio on @asvof ❤️❤️❤️❤️

Thank you so much to the legendary Diane Pernet, a real queen of the fashion industry. .

Models

  • Miriam Gentile
  • Matteo Giovannuzzi
  • Echafi Mounir

.Art Direction & styling

  • Gabriele Sanitate

With the awesome eyes by Enrico Micheletto

MUA

  • Serena Polh
  • Nat Tasha Lapiana @nat3tasha

hair Styling

  • Federico Vega

#asvof #dianepernet #ashadedviewonfashion

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TOKYO COLOR TRIP

Credo che il colore sia tremendamente complesso da gestire. Intendiamoci fare grandi foto è complesso sia in bianco e nero sia a colori. Rendere però un’atmosfera, magari stereotipata, è molto “semplice” in bianco e nero, si inganna facilmente chi guarda.

Molto più complesso a colori. Il colore, vie da sé, contiene anche il bianco e nero. Ma contiene anche il freddo e il caldo, il saturo e l’insaturo. Contiene a mio parere una grande complessità.

Per questo il mio primo istinto quando ho “sviluppato” i raw del mio primo viaggio a Tokyo è stato quello di usare il bianco e nero, duro e puro, ultra contrastato, una sorta di omaggio a Daido Moryama (perdonami Maestro!).

Poi su suggerimento di un caro amico fotografo, Marco Arienti, ne ho sviluppate alcune a colori. Ho scoperto un mondo che non ricordavo, un mondo che avevo in parte “ristretto” e forse "reso più sintetico e chiaro” con il bianco e nero.

Però se ci penso, io sono più “vero” in questo colore che oggi vi propongo. Un colore sporco, caldo e freddo, stralunato, confuso. Lost in translation. Ecco quindi il mio nuovo portfolio sull’esperienza giapponese.

TOKYO COLOR TRIP

PORTFOLIO #2

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Il respiro della luce.

Allungatevi supini. Piegando leggermente le gambe.  Chiudete gli occhi. Mettete una mano sulla pancia. Ad ogni respiro dovreste sentire la pancia che si gonfia con naturalezza. Ma questo forse non avverrà. O non sarà così naturale.

Prima di imparare a fotografare sarà bene re-imparare a respirare correttamente, come quando eravamo bambini.

La funzionalità cardiovascolare e respiratoria migliorerà enormemente (non sono io a dirlo ma la scienza e la fisiologia, io non ne avrei titoli). Migliorerà anche la postura e chiunque abbia provato a far fotografia come passione o come professione sa quanto la schiena sia importante e sia costantemente a rischio! 

Tutti quanti nasciamo “sapendo respirare”, respirando in maniera profonda, rafforzando tutti I muscoli.E invece crescendo acceleriamo, il nostro respiro diventa veloce, distratto, automatico, inconsapevole. Cominciamo in mezzo al rumore di fondo della nostra vita a respirare solo con il torace: Inspiriamo poca aria e ne buttiamo fuori ancor di meno.

Bene ora siamo supini. Gonfiamo lentamente lo stomaco. Sentendo la pancia che si gonfia ed espiriamo altrettanto lentamente svuotando tutta l’aria. Facciamolo come esercizio per 5 minuti ogni giorno.

Quando il timer suona. Alziamoci con lentezza: prendiamo in mano la macchina fotografica e scegliamo un soggetto o un oggetto qualsiasi.

Sempre respirando con lentezza inquadriamolo e scattiamo. Sarà forse una foto poco interessante. Ma sarà una foto capace di fissare il momento nel quale siamo “nuovamente svegli”. Scatto dopo scatto, esercizio di respirazione dopo esercizio, saremo più consapevoli di noi stessi.

La fotografia sarà solo uno strumento per ricordare e per fissare questo istante di rinascita. Istante che si potrà ripetere ogni giorno. Anzi ad ogni respiro.

Ancora una volta termini legati alla fotografia e alla meditazione si sovrappongono: il diaframma nella fisiologia umana ed il diaframma che regola la quantità di luce che espone una pellicola o un sensore. Il tempo di esposizione lungo o brevissimo ed il tempo che dedichiamo alla consapevolezza, in ultimo la sensibilità: di un sensore o di un essere umano. Ma non è importante essere più o meno sensibili: l’importante è essere “esposti alla giusta luce”.

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5 consigli utili per fotografare e vivere meglio

La velocità è una costante della nostra vita. Velocità di esecuzione, velocità nel vivere le esperienze. Velocità nel condividerle. Questa velocità è spesso un valore straordinario. Semplifica la vita, permette di raggiungere chiunque nel mondo. Permette di condividere idee e diffonderle con estrema semplicità. A volte però il nostro cervello ha la necessità di rallentare. Non ce ne accorgiamo ed il corpo reagisce con lo stress, con le nevrosi, con una stanchezza difficilmente comprensibile.

Andiamo in overflow. In sovraccarico. Per essere capaci di bilanciare la necessità (e la bellezza, la vertigine) della velocità con momenti più riflessivi e consapevoli, ecco 5 piccoli trucchi che possiamo utilizzare nella fotografia (e attraverso la fotografia):

  1. limitate e contate il numero degli scatti:
    dare valore al singolo scatto ci permette di dare il giusto peso e comprendere meglio ciò che abbiamo “visto” dedicandogli il giusto tempo. Le cose e gli avvenimenti - anche quelli che avvengono velocemente - non si fotografano grazie alla velocità ma grazie all’attenzione. Nel tempo poi saremo sempre più capaci di avere l’attenzione necessaria per “scattare” poche foto, centrate su ciò che sta avvenendo, centrate su chi abbiamo davanti, sulla realtà che ci circonda. Scattare fotografie non è un’azione limitata ed automatica. Mette in moto tutto il nostro corpo. Ma troppo spesso siamo indecisi perché il cervello crea idee, spesso “preconcette”. E così scattiamo per raggiungere un’idea prefissata e non per “vivere” ciò che abbiamo davanti. Quando in realtà quasi sempre pochi scatti eseguiti con consapevolezza ci permettono di creare storie, immagini e sintetizzare avvenimenti in modo più coerente e vero (con un senso) il mondo che ci circonda.

  2. Dopo aver scattato fermati. Non guardare la foto. Guarda ancora ciò che hai davanti:
    La tua ricerca ha senso nel momento in cui tra uno scatto e l’altro hai il tempo di vivere il presente. Senza l’ansia di raccontarlo. Da ragazzo ero un free climber e non c’era cosa più importante che - una volta arrampicata una parete - fermarsi, respirare, guardare orizzonti che dal basso non si potevano vedere. Se lo scatto fotografico è una parete da scalare, allora dopo aver scattato godetevi il panorama!

  3. Scatta non guardando nel mirino:
    Non sempre si può fare. Ma spesso scattare senza guardare nel mirino è necessario. Ad esempio nella strett photography. Quando usi le mani non te le guardi. Se usi una forchetta per mangiare non hai bisogno di guardarti le mani. Così la mano che tiene la macchina fotografica sarà un’estensione dell’occhio. Imparerà ad essere autonoma. Imparerà ad inquadrare. forse saprete che l’occhio è anche una parte del cervello. Ovvero le sue terminazioni nervose pre-elaborano l’immagine. Allora proviamo a staccare la macchina fotografica dall’occhio. Facendo un’esercitazione costante di puntamento. Ogni giorno saremo più precisi. Ogni giorno capiremo di più che la macchina fotografica non è uno strumento esterno a noi ma una parte di noi. Una parte di noi che però “non è pre impostata dal pensiero” ma è capace di seguirci nella nostra consapevolezza del tempo e del luogo presente. Un corpo consapevole di se stesso e dell’ambiente nel quale è immerso.

  4. Non cancellare le foto scattate. Torna a guardare le foto “sbagliate”:
    Perché spesso le foto “non previste” sono quelle che raccontano sfumature aggiuntive. Recentemente ho pubblicato un editoriale di moda e 4 foto su 5 erano immagini scattate tra una posa e l’altra. Ovvero immagini non previste. Che solo in un secondo momento hanno rivelato il loro potenziale. Le immagini hanno bisogno di maturare. Come un frutto.

  5. Fermatevi in un luogo:
    Se siete in una città e state scattando magari street photography, ricordatevi che per i ricordi ci sono le cartoline ma per comprendere bisogna fermarsi. In un luogo che vi attira e che sentite per oscuri motivi vostro: a volte è per la luce e le ombre particolari, a volte è per un via vai di gente interessante. A volte è per le geometrie dei palazzi o ancora per un fiore nate nel cemento che sta la tutto solo non guardato da nessuno. Fermatevi. Osservate. Respirate. Vivete.
    La fotografia ci aiuterà ad essere persone migliori.
    E voi aiuterete la vostra fotografia a crescere.

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se volete saperne di più partecipate al prossimo workshop di mindful photography. Cliccate qui!! 

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Meditazione e fotografia. Così lontane così vicine.

Cos’hanno in comune la meditazione e la fotografia? Due attività che a prima vista possono sembrare estremamente lontane. La prima guarda verso l’interno degli esseri umani, la seconda – a meno che non si tratti di radiografie ;) – verso l’esterno.

Per prima cosa mi verrebbe da dire che ambedue le pratiche sono complesse: necessitano di impegno, attenzione e tecnica. Richiedono entrambe una grande disciplina.

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tornare ad essere bambini

La necessità di un ritorno all’età dell’innocenza

Fotografare come meditare è un’attività profondamente umana (la nostra intelligenza fin da bambini si sviluppa osservando). Possiamo dire che tanto la meditazione quanto la fotografia sono due pratiche che necessitano un ritorno all’età dell’innocenza. L’eta nella quale un bambino scruta in modo insaziabile, senza preconcetti il mondo interiore ed esteriore. Meravigliandosi di tutto.

La meditazione allo stesso modo ci permette di osservare il nostro respiro (ciò che ci permette di essere vivi) nel suo fluire, diminuendo le ansie, le aspettative sul mondo, sugli altri e sulle cose. Tale mancanza di aspettative permette agli occhi e quindi al cervello/pensiero di guardare le cose e le persone in modo vergine.

Ogni momento della nostra vita è irripetibile, in questo senso Henry Cartier Bresson, uno dei più grandi fotografi mai vissuti, ha fermato alcuni “momenti decisivi” (usando le sue parole). Quello che si scopre attraverso la meditazione è che ogni singolo momento/spazio/persona è DECISIVO e lo è sempre. È solo la nostra capacità di imparare a “vedere” che ci permette di comprendere quale sia la giusta composizione (usando una terminologia fotografica) capace di includere o escludere dall’inquadratura i dettagli superflui.

Imparare a meditare non ci farà diventare più saggi e non ci permetterà di scattare capolavori. La meditazione così come la fotografia (ed insieme ancora di più) sono due equalizzatori e amplificatori. Da una parte permettono di eliminare i rumori di fondo (siamo immersi nel rumore di fondo ed è per questo che dobbiamo “equalizzare”) dall’altra, entrambe le pratiche, permettono di “amplificare” il senso delle cose. Anche quelle minime, che raccontano la loro storia a volume molto basso, ovvero anche quelle che difficilmente emergono ad un primo sguardo distratto.

Imparare a fotografare è un percorso lungo, così come imparare a meditare. Non si nasce fotografi (si nasce magari geni, artisti, ricchi di spirito) ma non si nasce fotografi. La fotografia è una pratica e necessità una quotidiana applicazione. E così come si svuotano le schede di memoria una volta scattato un progetto, così è necessario ogni volta “resettare” il proprio pensiero. Rimettersi alla ricerca ogni giorno come se fosse la prima volta.

Così come meditare ci deve far vivere il nostro respiro come se fosse sempre il primo, perfezionando ogni giorno questa nostra attenzione “non giudicante” su noi stessi e sugli altri.

L’illuminazione in ultimo è un termine che accomuna le due pratiche: illuminare, essere illuminati, cercare l’illuminazione o essere trovati da essa. In questo senso, la fotografia, come la meditazione, è una delle pratiche che avvicina di più alla bellezza dell’universo.

Una delle foto più importanti della storia della fotografia “concettuale” è quella “Omaggio a Niépce” 1968-1970 di Ugo Mulas. Un negativo nero (ovvero completamente esposto alla luce), del quale vediamo solamente i contorni. In questo buio, in questa mancanza totale di trasparenza e di illuminazione ritroviamo lo stupore dei bambini, lo stupore di Niépce e delle sue primissime fotografie. Dal buio alla luce.

Ho sempre pensato che una pellicola fotografica, così come un sensore fotografico, viva la maggior parte della sua esistenza “nel buio” per essere “esposto” solo per un cento venticinquesimo di secondo. E resti poi eterno per quell’istante di luce.

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Se sei interessato a conoscere meglio le sue pratiche e come esse possono migliorarti la vita... clicca qua!b

Ugo Mulas, Omaggio a Niépce, 1968-1970. © Eredi Ugo Mulas. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

Ugo Mulas, Omaggio a Niépce, 1968-1970. © Eredi Ugo Mulas. Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

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