Il titolo mi ha fermato prima ancora delle immagini: Ceuta, il futuro sospeso dei giovani migranti. È un breve reportage di ARTE sui ragazzi rimasti nell’enclave spagnola dopo gli arrivi di fine luglio. Più di settantamila persone hanno lasciato il Marocco per Ceuta. La maggior parte è tornata indietro, mentre migliaia sono ancora lì. Molti sono minorenni.
Quel “futuro sospeso” mi riguarda da vicino. Il 13 aprile 2019, nella Sala Cinema del MACRO Asilo, presentai un film girato in una casa occupata di Cosenza e le fotografie di Terra!. Avevo chiamato il progetto Where is the future? Dove è il futuro?. Non avevo una risposta da offrire. Avevo incontrato persone costrette a vivere dentro quella domanda.
La mattina del 20 agosto la polizia spagnola ha sgomberato la spiaggia di El Trampolín, a Ceuta. Le persone che vi dormivano sono state accompagnate in strutture provvisorie. Poco dopo, racconta l’Associated Press, altri migranti cercavano fra gli oggetti abbandonati qualcosa che potesse ancora servire: un materasso, una sedia di plastica, un pezzo di telo.
Mi sono fermato su quegli oggetti. I numeri descrivono la dimensione della crisi; un materasso racconta il tempo che viene dopo. Una persona arriva, cerca un posto dove dormire e prova a conservare le poche cose che ha con sé. Quando le telecamere se ne vanno, la sua vita continua.
Nel 2018 avevo fotografato lo sbarco di 650 migranti a Vibo Valentia e trascorso una settimana a bordo dell’Aquarius. Chiamai la mostra Terra! perché il passaggio che mi era rimasto addosso era elementare: uscire dall’acqua e appoggiare finalmente i piedi su qualcosa di stabile. Non una terra promessa. Un attimo di stabilità.
Poi entrai in una casa occupata di Cosenza. Girai un film fra stanze recuperate come si poteva, famiglie, bambini, rumori domestici e attese. Volevo vedere che cosa succede dopo il viaggio, quando la parola “migrante” dovrebbe lasciare spazio a una persona che deve trovare un lavoro, mandare i figli a scuola, cucinare, dormire, immaginare il giorno seguente.
A Ceuta perfino il numero delle persone rimaste è incerto. Le autorità locali parlano di novemila o diecimila, fra le quali circa duemila minori. Il Ministero dell’Interno spagnolo ne conta circa cinquemila. L’UNHCR ritiene che milleduecento potrebbero avere diritto alla protezione internazionale. Intanto al Tarajal sono state installate una barriera pneumatica e boe di contenimento. Il confine ha trovato una nuova forma sull’acqua.
L’Associated Press racconta anche Khadija Rifai, vent’anni. È arrivata a nuoto con il marito, poi è rimasta sola quando lui è stato rimandato in Marocco. Spera di raggiungere la Spagna continentale, ritrovarlo e avere una casa. In mezzo a sentenze, recinzioni e cifre discordanti, il suo desiderio è quasi disarmante per quanto è normale.
Sette anni dopo il MACRO, la domanda è ancora lì. Dove è il futuro? Per questi ragazzi comincia da cose semplici e difficilissime: dormire al coperto, essere chiamati per nome, non sparire dalla scena appena la notizia cambia.
