Quando si nomina David Lynch, il pensiero va subito al cinema: una tenda rossa, una strada notturna, un volto che diventa improvvisamente estraneo. Eppure una parte decisiva di quel mondo esisteva prima dei film, sopra fogli, tele, fotografie e quaderni.
Nel dossier pubblicato per i suoi quarant’anni, la Fondation Cartier è tornata su The Air Is on Fire, la mostra del 2007 ideata nello spazio dallo stesso Lynch. Riuniva dipinti, fotografie e un numero enorme di disegni, schizzi e appunti realizzati fra il 1960 e il 2006. Alcuni erano stati conservati fin dall’adolescenza. Per il pubblico europeo fu l’occasione di vedere non un regista che, nel tempo libero, faceva anche altro, ma un artista visivo nel cui studio le ossessioni arrivavano molto prima della macchina da presa.
Questo rovesciamento mi interessa. Nei miei fashion film e in lavori fotografici come Liquid Sky, non parto da una sceneggiatura che l’immagine deve servire. Parto da un’atmosfera, da un corpo messo in uno spazio, da una luce che rende familiare qualcosa e subito dopo lo guasta. Il racconto compare durante il lavoro, non sempre prima.
Non sto dicendo che le mie immagini siano “lynchiane”, parola ormai usata per qualsiasi stanza buia con una lampada. Il punto è più concreto: cinema, pittura e fotografia possono nascere dallo stesso deposito mentale senza rispettare i confini delle discipline. Una figura disegnata può contenere già un suono; una fotografia può suggerire una durata; una macchia sulla tela può essere l’inizio di una scena.
La Fondation Cartier ricorda che, mostrando quei lavori, Lynch rese visibili l’origine e la trasformazione delle sue ossessioni. È una formulazione importante. Un archivio non serve soltanto a ricostruire ciò che un artista ha fatto. A volte mostra che un’opera futura era già presente, in una forma ancora instabile, molti anni prima di trovare il proprio mezzo.
È anche il motivo per cui continuo a tenere vicini pittura, fotografia, video e scrittura. Non mi interessa decidere quale linguaggio sia quello definitivo. Mi interessa il passaggio: il momento in cui un’immagine smette di essere soltanto immagine e comincia a chiedere tempo, suono, corpo o parola. Il cinema, forse, comincia proprio lì, prima del cinema.
