Intervista · Libri · Fantascienza filosofica

Otto racconti, otto epoche e una traiettoria che procede contro il tempo. Massimo Scognamiglio racconta il libro in cui fantascienza, filosofia e storia interrogano ciò che resta dell’umano.

Cronache al di là del tempo: intervista a Massimo Scognamiglio

Dall’intelligenza artificiale del 2042 a una Milano del 1900 dipendente dalle immagini: una conversazione su Cronache al di là del tempo, sul potere della tecnologia e sulla domanda che attraversa l’intera raccolta.

Copertina del libro Cronache al di là del tempo di Massimo Scognamiglio

Cronache al di là del tempo riunisce otto racconti di fantascienza filosofica disposti lungo una cronologia rovesciata. Il futuro prossimo, la Guerra Fredda, l’Illuminismo, la Rus’ di Kiev e un Occidente osservato da una distanza quasi inconcepibile diventano altrettanti punti di vista sul presente. In questa intervista Massimo Scognamiglio racconta come è nato il libro e perché, dietro ogni invenzione, torna sempre la stessa domanda: che cosa significa essere davvero umani?

Perché raccontare il futuro procedendo contro il tempo?

Volevo togliere al futuro la comodità di trovarsi sempre davanti a noi. Quando si arretra, il passato smette di essere un luogo concluso e diventa un territorio instabile, attraversato dalle stesse inquietudini che attribuiamo al domani. Il movimento inverso serve a mettere in crisi l’idea di un progresso lineare: ogni epoca inventa i propri strumenti, ma anche le proprie forme di dipendenza, controllo e trasformazione.

La fantascienza del libro non abita soltanto astronavi e futuri remoti. Può comparire nel 1760, nel 1050 o nella Milano del 1900. Che cosa rende fantascientifica un’epoca passata?

Per me la fantascienza non coincide con l’arredamento tecnologico. È un metodo per introdurre una possibilità impossibile dentro un mondo credibile e osservare come quel mondo reagisce. Un procedimento sulla memoria nella Parigi del Settecento, un albero cubico nella Rus’ di Kiev o una macchina capace di rendere visibili i desideri nella Milano d’inizio Novecento producono lo stesso effetto di una tecnologia futura: spostano il confine di ciò che consideriamo umano, naturale o reale.

Quali sono le otto “ere” attraversate dal libro?

Ogni racconto ha una propria voce e un proprio universo, ma tutti mettono un essere umano davanti a qualcosa che ne altera la percezione di sé.

  1. L’Era del Silenzio · 2042Intelligenze artificiali personali sempre più pervasive rendono progressivamente inutile la parola e trasformano il silenzio nella nuova condizione umana.
  2. L’Era dell’Oscurità · 1986Un agente chiamato Oculopathogen Exitialis rende cieca l’umanità e precipita il mondo nel caos.
  3. L’Era dell’Oblio · 1760In una Parigi franco-cinese, un esperimento sulla memoria cancella il confine tra ricordo e realtà.
  4. L’Era della Madre Terra · 1050Nella Rus’ di Kiev appare un impossibile albero cubico che diventa oggetto di culto e cambia il rapporto dell’uomo con la natura.
  5. L’Era Occidentale · cento milioni di cicli dopo la fine dei tempiCiò che resta dell’Occidente e dell’umanità viene osservato come il reperto di una civiltà scomparsa.
  6. L’Era di Lagrange · 2001Alla vigilia dell’11 settembre, un’anomalia legata allo spazio e ai punti di Lagrange sembra infrangere le leggi conosciute dell’universo.
  7. L’Era delle Congetture · 1958Nella Guerra Fredda, ipotesi e sospetti diventano più potenti dei fatti fino a rendere indecidibile la verità.
  8. L’Era Blu · 1900Il Procedimento Ponzio trasforma fantasie e desideri in esperienze visibili, poi in dipendenza e manipolazione collettiva.

La tecnologia è l’antagonista di queste storie?

No. La tecnologia non arriva mai da un altrove innocente o malvagio: nasce da un desiderio umano e poi modifica chi l’ha prodotta. Mi interessa quel passaggio, quando uno strumento smette di limitarsi a eseguire e comincia a suggerire un comportamento, una lingua, una memoria o perfino un’identità. Nei racconti resta volutamente aperto un dubbio: siamo noi a proiettare nel passato le paure del presente, oppure il presente è il risultato di impulsi molto più antichi?

Che cosa portano nel libro l’artista, il fotografo e il professionista della tecnologia?

Non riesco a separare quelle esperienze. La fotografia mi ha insegnato che un’inquadratura mostra e nasconde nello stesso gesto. L’arte mi ha abituato a non chiudere subito il significato. Il lavoro nella comunicazione e nel digitale mi ha fatto vedere quanto rapidamente un linguaggio possa diventare un’abitudine e un’abitudine una forma di potere. Nella scrittura questi sguardi convivono: costruisco immagini, monto sequenze e osservo le conseguenze sociali senza trasformare il racconto in una dimostrazione.

Il tono è spesso oscuro, ma il libro non sembra voler prevedere il futuro.

Non volevo fare profezie. Una previsione invecchia quando il mondo prende un’altra strada; una domanda può continuare a lavorare nel lettore. L’oscurità serve a togliere protezioni, non a dichiarare che tutto finirà male. I racconti non offrono una soluzione definitiva perché mi interessa il punto in cui il lettore deve scegliere che cosa credere e, soprattutto, riconoscere quale parte di quella possibilità esiste già nel presente.

A quali lettori si rivolge Cronache al di là del tempo?

A chi cerca nella fantascienza non soltanto un altrove, ma uno strumento per guardare diversamente il proprio tempo. Chi ama Philip K. Dick, Stanisław Lem, Ted Chiang o Isaac Asimov riconoscerà il piacere dell’idea che apre un problema e continua a svilupparsi dopo l’ultima pagina. Ma vorrei raggiungere anche chi pensa di non amare il genere: qui il futuro è solo una delle distanze possibili da cui osservare l’essere umano.

Nel libro dichiari apertamente l’uso dell’intelligenza artificiale. Quale ruolo ha avuto?

L’intelligenza artificiale mi ha accompagnato come editor, traduttore e strumento di ricerca documentale e filologica. Mi ha aiutato a verificare linguaggi, riferimenti, contesti e dettagli utili alla narrazione. Ha inoltre partecipato alla prima stesura di alcuni materiali di finzione presenti nei racconti — rapporti, verbali e documenti d’apparato — che ho poi rielaborato. Ho scelto di dichiararlo perché la trasparenza fa parte del lavoro. L’AI è stata uno strumento del processo; la direzione, l’immaginazione e la responsabilità del testo restano mie.

Qual è la domanda che vorresti restasse al lettore?

Non se le macchine diventeranno umane, ma che cosa saremo disposti a cambiare di noi per convivere con ciò che abbiamo creato. Il libro attraversa corpi, memorie, linguaggi, paure e desideri proprio per tornare lì: che cosa significa essere davvero umani quando ogni certezza può essere riscritta?

L’autore

Massimo Scognamiglio

Artista, fotografo e autore, da oltre venticinque anni esplora il rapporto tra uomo, tecnologia e percezione attraverso arte, fotografia, performance e scrittura.

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