Una stanza. Un ragazzo. Uno schermo. Hikikomori comincia da questa formula minima e la trasforma in un ambiente che non si lascia guardare da una posizione neutrale. Si può entrare con la webcam oppure con il mouse. In entrambi i casi non si sfoglia una galleria: è il movimento dello spettatore a cercare un varco dentro il buio.
La parola giapponese indica letteralmente lo stare in disparte. Nell’opera non diventa un’etichetta applicata a un personaggio e non pretende di sostituire una diagnosi. È una condizione spaziale: la distanza fra un corpo e il mondo, fra una porta e ciò che resta dietro, fra la promessa di connessione dello schermo e il silenzio che continua a occupare la stanza.
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Una costellazione di frasi, non una pianta
Dopo l’ingresso appare un campo nero abitato da frasi in giapponese e italiano: parla solo la televisione, non viene nessuno, solo il suono della pioggia, la neve cancella i suoni, dietro la porta, l’estate è fuori. Non sono titoli ordinati in un menu. Galleggiano come pensieri che hanno perso la sequenza, punti luminosi di una geografia mentale.

La scelta di una frase non porta fuori. Porta più dentro. Ogni soglia apre una variazione della stessa condizione: cambiano la temperatura della luce, l’ordine degli oggetti, il suono, il clima oltre la finestra. Restano il ragazzo, la sedia, lo schermo e la misura di un tempo che sembra avanzare senza produrre un vero passaggio.
Lo spettatore entra, il ragazzo rimane
L’interattività introduce una contraddizione decisiva. Chi visita può muovere la visuale, avvicinarsi, scegliere una stanza e passare alla successiva. Il ragazzo invece rimane. Il nostro movimento rende più evidente la sua immobilità. La tecnologia, che di solito promette controllo e libertà di accesso, qui costruisce una forma di impotenza: possiamo vedere di più, ma non possiamo salvare, interrogare o trascinare fuori la figura.
Per questo Hikikomori non è un videogioco narrativo. Non esistono un punteggio, una missione o una soluzione. L’azione principale è guardare, e guardare diventa problematico. Entrare nella stanza di qualcuno significa avvicinarsi alla sua solitudine, ma anche rischiare di trasformarla in spettacolo. L’opera trattiene il visitatore proprio in questa soglia etica: testimone o intruso, presenza o nuovo schermo?

La stanza non descrive una casa
Da anni la stanza è una delle forme centrali della mia ricerca. Nel Ciclo delle Stanze pareti, sedie, porte e corpi non costruiscono interni domestici credibili: diventano pressioni psicologiche. Nell’articolo su The Gold Standard ho scritto che la stanza non descrive una casa, ma una condizione mentale. Qui quella frase acquista una conseguenza nuova: la stanza non è più soltanto dipinta, è uno spazio percorribile che reagisce alla presenza di chi guarda.
Il passaggio dalla pittura all’ambiente digitale non cancella la continuità della poetica. Nel dipinto il corpo modifica lo spazio che lo contiene; in Hikikomori è lo spettatore a modificare la prospettiva, mentre il corpo rappresentato resta quasi assorbito dall’architettura e dalla luce dello schermo. La figura non occupa la stanza: ne sembra trattenuta.
Questa continuità attraversa anche la riflessione sul corpo come campo di tensione e il lavoro sul rapporto fra arte, disagio mentale e responsabilità dello sguardo. Ma l’opera rifiuta la consolazione. Non trasforma la sofferenza in una stanza bella e non propone all’arte il compito ingenuo di curare.
Ventiquattro stanze, ventiquattro forme del tempo chiuso
Le stanze sono ventiquattro. Ognuna ha una propria luce e una propria trama sonora: pioggia, vento, televisione, radio, un treno lontano, un orologio, il ronzio del neon, una voce dietro la porta. L’ambiente cambia, ma il tempo resta circolare. Arriva un’altra mattina. Passa un altro anno. L’estate continua fuori. Il mondo produce stagioni e rumori; dentro, ogni variazione può essere soltanto un altro modo di restare.

Il suono è fondamentale perché rende percepibile ciò che l’immagine non mostra. Dietro la parete qualcuno tossisce; fuori passa un treno; una trasmissione continua a parlare. La solitudine non è silenzio assoluto, ma vita altrui udita senza parteciparvi. Persino quando la rete e gli schermi sono accesi ventiquattro ore, la connessione non coincide con il contatto.
Un autoritratto senza volto
Il ragazzo appare spesso di spalle, davanti a uno o più monitor. Non offre un volto da interpretare e non chiede empatia attraverso l’espressione. È piuttosto una misura umana dentro un dispositivo che continua a produrre immagini. In questo senso Hikikomori dialoga con i miei film realizzati con l’intelligenza artificiale: anche qui la tecnologia non è il soggetto celebrato, ma il luogo in cui desiderio, paura e memoria diventano visibili.
L’opera si compie soltanto nella durata della visita. Ogni spettatore costruisce una sequenza diversa, eppure nessuna sequenza conduce a una liberazione definitiva. Si può tornare alla costellazione delle frasi, scegliere un’altra luce, ascoltare un altro rumore. La stanza cambia. La domanda resta: quanta distanza può sopravvivere dentro una connessione continua?
Opera e immagini
Hikikomori, 2026 · opera digitale interattiva online, ambiente 3D, suono e navigazione tramite webcam o mouse · ideazione e realizzazione © Massimo Scognamiglio. Le immagini documentano differenti passaggi dell’esperienza e non concedono una licenza di riuso. Per informazioni editoriali o curatoriali, contatta lo studio.


