A Primo Round, I’m so tired non è appesa all’altezza degli occhi. Due stampe della stessa figura sono inchiodate alla parete quasi sul pavimento, nel punto in cui due muri si incontrano. Per vedere davvero l’opera bisogna avvicinarsi e chinarsi. Il gesto della visita cambia: lo spettatore perde per un momento la propria posizione eretta e dominante, mentre il suo corpo risponde alla stanchezza del corpo rappresentato.
La prima notizia dedicata a Primo Round e a I’m so tired presenta la mostra e il testo critico di Andrea Iezzi. Qui voglio soffermarmi su ciò che accade nello spazio: non soltanto sull’immagine, ma sulla sua altezza, sui materiali, sui chiodi e sulla postura che l’allestimento impone a chi guarda.
Dopo il combattimento
La donna è nuda, muscolare e statuaria, ma la sua forza non coincide con una posa vittoriosa. Porta un guantone alla mano sinistra e le fasce sulla destra. Ha lo sguardo abbassato e fuma. Il fumo interrompe l’azione e misura un tempo sospeso: il round è terminato, o forse il successivo non è ancora cominciato.
Il guantone unico produce un’asimmetria. Una mano è ancora armata, l’altra conserva soltanto la preparazione al colpo. Il corpo si trova tra combattimento e disarmo, resistenza e abbandono. Anche il titolo, I’m so tired, non è una didascalia ma una voce interna: la frase che resta quando la retorica della prestazione, della disciplina e della vittoria non basta più.

La stessa immagine, due corpi materiali
L’opera è presentata in due stampe. Una è realizzata su carta acquarello: assorbe il nero, trattiene una luce più opaca e si incurva verso l’esterno. L’altra, su carta lucida, rimane più tesa, fredda e compatta. La prima sembra pelle o materia ferita; la seconda conserva qualcosa dell’icona fotografica, del manifesto e dell’immagine patinata.
Il doppio non serve a ripetere. Separa due condizioni della stessa figura. La carta acquarello rende visibile il peso, la piega e la fragilità del supporto; la superficie lucida restituisce invece un corpo apparentemente intatto. Fra le due versioni si apre la distanza fra ciò che un’immagine promette e ciò che la materia subisce.
I chiodi e San Sebastiano
I chiodi non sono nascosti dal montaggio. Attraversano la carta e, in più punti, coincidono con il corpo della donna. Servono materialmente a sostenere l’opera, ma nello stesso gesto diventano ferite: richiamano l’iconografia di San Sebastiano, trafitto ed esposto allo sguardo.
Qui però non ci sono frecce né glorificazione del martirio. Ci sono comuni chiodi da parete, secchi e concreti. Il dolore non è soltanto rappresentato nella fotografia: entra nel modo stesso in cui la fotografia viene fissata. La figura resta in piedi, ma abbassa gli occhi; non offre il volto al pubblico e non trasforma la sofferenza in eroismo.
L’angolo come angolo del ring
La collocazione in basso e in un angolo non è un ripiego espositivo. L’angolo della stanza diventa quello del ring: il luogo in cui il pugile torna fra due riprese, viene curato, ascolta il respiro e misura ciò che gli rimane. La parete bianca, lasciata quasi completamente vuota sopra l’opera, amplifica la caduta verso il pavimento.
Per guardare il volto, il guantone, le fasce e i chiodi il visitatore è costretto a piegarsi. È un inchino involontario, documentato nelle fotografie dell’allestimento. Il corpo di chi osserva entra così nell’opera: rinuncia alla distanza comoda della visione museale e assume, anche solo per pochi secondi, una postura di attenzione, fatica e vulnerabilità.

Una forza senza trionfo
I’m so tired non mostra una vincitrice e non certifica una sconfitta. Mostra ciò che viene dopo la richiesta continua di resistere. Il nudo toglie alla pugile uniforme e protezione, ma non la riduce a un corpo passivo: la sua immobilità è ancora una forma di opposizione. Non guarda il pubblico, non chiede approvazione, non mette in scena il colpo.
In questo senso la figura sovverte anche i codici tradizionali di genere ricordati da Exibart e da Oggi Roma. La forza non viene resa maschile e la vulnerabilità non diventa debolezza. Il corpo può essere insieme statuario, stanco, ferito e ancora presente.
Primo Round, nello spazio
Acquistare Arte, prima dell’apertura, chiedeva quali immagini avrebbero assorbito il colpo dello spazio e quali lo avrebbero restituito. Per I’m so tired la risposta è nell’allestimento: l’opera assorbe il muro, l’angolo e la prossimità del pavimento, poi restituisce quel peso alla postura del visitatore.
Primo Round — La danza dei corpi, l’ombra e la luce, curata da Andrea Iezzi, riunisce undici artisti allo Studio Campo Boario. La mostra è inserita nel programma di Rome Art Week 2026 ed è visitabile dal 15 al 31 ottobre 2026.
Opera e fotografie dell’allestimento
I’m so tired, 2026 · doppia stampa fotografica su carta acquarello e carta lucida, chiodi, installazione. Opera e fotografie © Massimo Scognamiglio. La pubblicazione non concede licenze di riuso. Per richieste editoriali o informazioni sull’opera, contatta lo studio.






