Arte · Fotografia · Controcultura

Una controcultura diventa storia, poi stile, poi merce. Nel 2016 provai a fotografare quel passaggio. Oggi quelle immagini tornano a muoversi.

Il punk ha cinquant’anni. Punk Aristocracy ne compie dieci

Nel 1976 il punk tagliò i ponti con il rock istituzionale. Dieci anni fa, con Punk Aristocracy, fotografai ciò che era successo dopo: la ribellione assorbita dalla moda, dal lusso e dalla televisione, senza perdere del tutto la propria forza. Presto il progetto tornerà a Cosenza in una riedizione per il decennale.

Fotografia di Massimo Scognamiglio dal progetto Punk Aristocracy

d la Repubblica ha scelto una domanda giusta per i cinquant’anni del punk: che cosa ne rimane? Non è un anniversario semplice. Il punk nasceva per consumarsi in fretta, non per diventare una ricorrenza da calendario.

Le date possibili sono molte. L’articolo torna all’estate londinese del 1976, al concerto dei Ramones alla Roundhouse del 4 luglio, ai Sex Pistols e a Anarchy in the U.K. Più che un giorno preciso, conta la rottura. Una musica breve, fisica e senza ornamenti contro un rock diventato ricco, tecnico e distante. Ma il suono era soltanto una parte. Il punk entrò nella grafica, negli abiti, nella fotografia, nel cinema e nel modo di occupare lo spazio con il proprio corpo.

Nel 2016, quando realizzai Punk Aristocracy, partii da ciò che era successo dopo. La ribellione era stata assorbita. Catene, borchie, capelli, strappi e posture erano passati dalle strade alle passerelle, dalla minaccia alla pubblicità, fino a diventare oggetti di lusso.

La mostra alla Takeaway Gallery raccoglieva trenta fotografie in bianco e nero e a colori, più un’immagine stampata in novantanove copie. C’erano bambini quasi adulti e adulti perennemente bambini, il punk storico accanto ai dark e ai raver, fino alle sue versioni più addomesticate dalla moda e dalla televisione. Non volevo ricostruire una scena musicale. Volevo osservare il momento in cui un segno nato per rifiutare il sistema viene accolto dal sistema e rimesso in vendita.

Alla Repubblica Roma dissi che «il punk si è infilato ovunque ma allo stesso tempo è stato violentato». Pensavo a un intruso entrato nella casa del nobile per fare festa. Quando si addormenta, il principe gli ruba ciò che può usare.

Dieci anni dopo, la domanda non si è chiusa. Oggi un gesto viene fotografato, condiviso, copiato e venduto quasi nello stesso istante in cui nasce. La distanza fra dissenso e tendenza si è accorciata. Eppure alcune immagini conservano una scheggia che non si lascia levigare. È quella che cercavo nei volti e nei corpi di Punk Aristocracy.

Nel 2026 il punk compie cinquant’anni e Punk Aristocracy ne compie dieci. Presto una riedizione del progetto per il decennale sarà esposta a Cosenza. Per ora non aggiungo altro. Stay tuned.

Non sarà un’operazione nostalgica. Mi interessa rimettere quelle fotografie davanti al presente e capire se la ferita è ancora aperta, oppure se anche la memoria della ribellione è diventata una superficie elegante. Il punk, se è rimasto da qualche parte, forse è proprio nel fastidio che questa domanda continua a produrre.